Storicamente il Draft rappresenta il ponte tra due stagioni NBA: per alcuni è l’ultimo evento di quella appena conclusa con la vittoria dei New York Knicks, per altri è il primo di quella futura. Quel che è certo è che spesso rappresenta l’apertura ufficiale del mercato NBA, con le prime trattative che si trasformano in scambi destinati a cambiare il volto della Lega.
Ed è successo anche questa volta, con i fuochi d’artificio iniziati poche ore prima del Draft, quando Milwaukee ha deciso di chiudere una delle più importanti ere della propria storia, cedendo Giannis Antetokounmpo a Miami in una trade destinata a ridefinire gli equilibri della Eastern Conference. I Bucks hanno scelto la strada della ricostruzione, mentre gli Heat hanno puntato tutto sul presente, affiancando il due volte MVP a Bam Adebayo e tornando immediatamente tra le principali pretender al titolo.
Così si è arrivati alla notte del Draft 2026 con un’atmosfera insolita: la trade più importante dell’estate era già stata completata, ma le conseguenze di quello scambio si sarebbero inevitabilmente riversate sulle sessanta scelte del primo giro. Tra squadre in piena ricostruzione, contender a caccia dell’ultimo tassello e franchigie intenzionate a monetizzare il valore delle proprie pick, i rumors non mancavano e i rumors per scelte anche in top 10 si sono susseguiti per giorni, salvo poi concludersi, come spesso accade, in un nulla di fatto, almeno tra le primissime scelte.
– 1) AJ DYBANTSA, W, WASHINGTON WIZARDS
A differenza della classe dello scorso anno, in cui Cooper Flagg si presentava al Draft, come prima scelta assoluta per acclamazione popolare, il percorso verso il Draft 2026 è stato molto più tortuoso e incerto.
Darryn Peterson, guardia di Kansas, ha iniziato la stagione come il principale candidato alla prima scelta assoluta e per molti mesi è rimasto saldamente in cima alla classifica degli addetti ai lavori. Con il passare dei mesi, però, una particolare situazione medica e alcuni limiti emersi nel suo gioco — forse legati anche ai problemi fisici — ne hanno progressivamente raffreddato le quotazioni.
Alla vigilia del Draft, soprattutto dopo la lottery che aveva consegnato la prima scelta a Washington, AJ Dybantsa era ormai considerato dalla maggior parte degli osservatori il favorito per essere il primo nome chiamato. Peterson, dal canto suo, aveva rifiutato tutti i workout privati ad eccezione di quello con i Wizards, convinto di poter conservare la leadership della classe fino all’ultimo.
Ma che giocatore è la wing uscita da BYU?
Dybantsa è un prospetto fisicamente e atleticamente fuori scala, costruito per giocare a basket ai massimi livelli. Con i suoi 206 centimetri di altezza, 214 di apertura alare e un’elevazione superiore al metro, abbina doti atletiche eccezionali a un controllo del corpo rarissimo per un giocatore della sua taglia. Arrivare al ferro, grazie alle sue enormi falcate, è quasi sempre un’opzione disponibile, così come conquistarsi una grande quantità di tiri liberi e, più in generale, produrre punti in ogni zona del campo.
Ha inoltre mostrato lampi interessanti come creatore secondario, sfruttando la propria gravity per generare vantaggi anche per i compagni, sebbene le sue letture siano ancora più reattive che anticipatorie o manipolative. Con questi mezzi fisici avrebbe tutte le caratteristiche per diventare un difensore d’élite, sia sulla palla — dove può realisticamente marcare tre ruoli diversi — sia lontano da essa.
Eppure, proprio la difesa rappresenta uno dei principali punti interrogativi del suo profilo. Complice anche un carico offensivo enorme, Dybantsa si è spesso concesso pause evidenti nella propria metà campo, senza mostrare con continuità l’attenzione, le letture e l’intensità necessarie per sfruttare appieno i suoi mezzi. Anche in attacco, a tratti, ha dato l’impressione di preferire la giocata spettacolare a quella più efficiente, affidandosi troppo al proprio talento e accontentandosi della soluzione più comoda invece di cercare quella migliore.
Per questo motivo il suo sviluppo sarà tanto affascinante quanto decisivo. A Washington potrebbe aver trovato il contesto ideale: un’ala con la sua taglia e il suo atletismo era probabilmente il tassello che mancava al progetto dei Wizards. Con Alex Sarr e Anthony Davis pronti a coprirne parte delle lacune difensive e Trae Young a sollevarlo da una quota significativa delle responsabilità di creazione primaria, Dybantsa avrà il tempo e lo spazio per crescere senza dover portare immediatamente il peso della franchigia sulle spalle.
Il talento e gli strumenti sono quelli di una potenziale superstar. Ora spetterà a lui, e ai Wizards, trovare il modo di trasformarli in un basket realmente vincente.
– 2) DARRYN PETERSON, G, UTAH JAZZ
Se AJ Dybantsa era il giocatore dal potenziale fisico più impressionante della classe, Darryn Peterson era probabilmente il talento offensivo più raffinato. Per buona parte dell’anno era stato considerato il favorito per la prima scelta assoluta, prima che una stagione complicata da problemi fisici ne raffreddasse leggermente le quotazioni. Un episodio di full body cramp nelle prime settimane dell’annata gli ha infatti lasciato strascichi che si sono protratti per mesi, condizionando continuità e rendimento e contribuendo a rendere più difficile la valutazione del suo ultimo anno a Kansas.
Nonostante ciò, Peterson resta uno dei prospetti offensivi più affascinanti usciti dal college negli ultimi anni. È un realizzatore estremamente fluido, quasi elegante nella facilità con cui trova il canestro. Il suo tiro è devastante da ogni zona del campo e viene accompagnato da un tocco fuori dal comune, evidente soprattutto nelle conclusioni intermedie e nei floater, che si prende con ambo le mani, che sembrano uscire dalle sue mani senza alcuno sforzo. Più in generale, tutto il suo gioco trasmette una sensazione di naturalezza rara: Peterson non dà mai l’impressione di forzare una giocata, ma semplicemente di lasciarla accadere.
A Kansas è stato utilizzato soprattutto lontano dalla palla, anche perché i continui dentro e fuori dal quintetto rendevano più semplice reinserirlo in un ruolo complementare, piuttosto che affidargli stabilmente le chiavi dell’attacco. In questo contesto ha mostrato qualità eccellenti come giocatore off ball: sa muoversi sui blocchi, leggere gli spazi e rilocarsi rapidamente per punire una difesa già in movimento, sia con il tiro che attaccando closeout sbilanciati.
Ridurre Peterson a un semplice finalizzatore, però, sarebbe un errore. Negli anni precedenti all’approdo al college aveva mostrato molto di più come creatore primario, facendo intravedere un primo passo di alto livello, una notevole capacità di arrivare al ferro sfruttando la minaccia del proprio tiro e letture da passatore più che promettenti. Resta quindi aperta la possibilità che, in un contesto diverso, possa tornare a sviluppare quella dimensione del proprio gioco.
Anche difensivamente offre spunti interessanti. Ha gli strumenti per reggere il confronto con due ruoli sul punto d’attacco e, lontano dalla palla, si distingue per istinti notevoli sia sulle linee di passaggio sia come aiuto dal lato debole, dove riesce a produrre giocate da rim protector terziario nonostante non disponga di mezzi fisici fuori scala.
Il matrimonio con Utah è uno dei più intriganti dell’intero Draft. Will Hardy è uno degli allenatori più creativi della NBA nell’utilizzo di set e movimenti lontano dalla palla, un contesto che sembra costruito su misura per valorizzare le migliori qualità di Peterson fin dal primo giorno. Allo stesso tempo, il talento già presente nel roster, soprattutto nel reparto lunghi con Markkanen e Jaren Jackson Jr., dovrebbe consentirgli un inserimento graduale, senza la pressione immediata di dover orchestrare ogni possesso offensivo. Se la salute tornerà a sostenerlo, gli Jazz potrebbero essersi ritrovati tra le mani una delle G più talentuose degli ultimi anni.
– 3) CAMERON BOOZER, PF, MEMPHIS GRIZZLIES
Cam Boozer arriva in NBA dopo una stagione storica a Duke. Il figlio dell’ex All-Star Carlos Boozer non si è limitato a confermare le aspettative che lo accompagnavano fin dai tempi dell’high school, ma è riuscito a vincere il premio di miglior giocatore del college basket, diventando appena il quinto freshman a riuscirci dopo Kevin Durant, Anthony Davis, Zion Williamson e Cooper Flagg. Un elenco che da solo basta a spiegare il livello della stagione disputata dal lungo dei Blue Devils.
Boozer è probabilmente il prospetto più “pulito” dell’intera classe. Non possiede il talento fisico fuori scala di Dybantsa né la pulizia offensiva di Peterson, ma eccelle praticamente in ogni aspetto del gioco e lo fa con una maturità sorprendente per un ragazzo di appena diciotto anni. La sua forza fisica è già oggi da professionista navigato e gli consente di creare vantaggi contro avversari più piccoli senza dover ricorrere a particolari artifici tecnici.
Dove però Boozer si distingue davvero è nella comprensione del gioco. Le sue letture sono eccezionali per taglia ed età e lo rendono uno dei passatori più avanzati usciti dal college negli ultimi anni. Raddoppiarlo è spesso controproducente: non si limita infatti a trovare il compagno libero, ma riesce frequentemente a individuare il passaggio che genera il tiro migliore possibile per l’attacco, una qualità che separa i buoni passatori dai veri creatori di vantaggi.
Offensivamente è un mismatch costante. È troppo potente e strutturato per la maggior parte delle ali, ma allo stesso tempo possiede un bagaglio tecnico e una fluidità fronte a canestro che mettono in difficoltà i lunghi tradizionali. Duke lo ha utilizzato praticamente in ogni situazione immaginabile: da portatore di palla in pick and roll invertiti, in uscita dai blocchi come un esterno, da rollante e soprattutto nel pop, sfruttando la sua capacità di tirare e prendere decisioni rapide una volta ricevuto il pallone. La sensazione è quella di un giocatore che possa adattarsi a qualsiasi sistema offensivo senza perdere efficacia.
Se esiste un limite evidente nel suo profilo, è probabilmente quello atletico. Boozer non è un atleta straordinario rispetto agli standard NBA e alcuni accoppiamenti difensivi potrebbero creargli problemi, soprattutto contro ali particolarmente esplosive o lunghi molto mobili. Tuttavia, già a Duke ha dimostrato di compensare gran parte di queste difficoltà attraverso letture, tempismo e posizionamenti difensivi estremamente avanzati per la sua età.
Per questo motivo non sarebbe sorprendente vederlo emergere, tra qualche anno, come il miglior giocatore dell’intera classe. Una possibilità che, del resto, lo stesso Boozer non ha mai nascosto di considerare realistica.
A Memphis avrà immediatamente un ruolo centrale. Dopo anni costruiti attorno a Ja Morant, i Grizzlies sembrano aver individuato in Boozer il nuovo volto della franchigia e non sarebbe sorprendente vederlo ricevere le chiavi dell’attacco fin dal primo giorno, soprattutto se, come sembra, Morant verrà scambiato come si dice. Accanto a lui ci saranno Coward ed Edey a formare un frontcourt giovane, complementare e particolarmente interessante anche dal punto di vista analitico: taglia, rimbalzi, playmaking e spaziature sufficienti per creare una delle basi progettuali più intriganti dell’intera lega. Memphis riparte dalla sua solidità e dalla sua intelligenza cestistica, due qualità che raramente tradiscono le aspettative.
– 4) CALEB WILSON, F, CHICAGO BULLS
Se esiste un giocatore in questa classe capace di far sembrare normali cose che normali non sono, quello è Caleb Wilson. L’ala uscita da North Carolina si presentava al college come uno dei migliori atleti della sua generazione, un prospetto costruito attorno a mezzi fisici e potenziale difensivo, ma con numerosi interrogativi sul contributo che sarebbe riuscito a garantire in attacco. Dopo una sola stagione a Chapel Hill, molti di quei dubbi si sono quantomeno ridimensionati.
Wilson è un atleta semplicemente fuori scala, persino per gli standard americani. Prima della frattura alla mano che ne ha interrotto la stagione, era in corsa per superare il record di schiacciate per un freshman detenuto da Bam Adebayo. Un dato impressionante già di per sé, ma che assume un significato ancora maggiore considerando come gran parte delle conclusioni al ferro di Wilson non arrivassero da scarichi o tagli, bensì da azioni create autonomamente dal palleggio. È proprio questa capacità di generare pressione costante sul ferro a rappresentare la principale sorpresa del suo anno da matricola.
La sua aggressività è contagiosa. Wilson gioca ogni possesso come se fosse l’ultimo, attaccando il canestro con una violenza e una convinzione che pochi altri prospetti della classe possono vantare. Questa combinazione di esplosività e motore gli ha consentito di produrre molto più del previsto in attacco, conquistando una quantità enorme di tiri liberi e mettendo costantemente sotto stress le difese avversarie.
Dal punto di vista tecnico resta però un giocatore ancora in costruzione. Ha mostrato un interessante gioco dalla media distanza, soprattutto partendo dal post contro avversari più piccoli, e durante la stagione ha lasciato intravedere alcuni lampi incoraggianti come passatore. Nulla che faccia pensare a un creatore primario, ma abbastanza da immaginare un futuro da attaccante più completo di quanto si pensasse inizialmente.
Il vero interrogativo riguarda il tiro da tre punti. Al momento è una componente praticamente assente del suo arsenale offensivo e rappresenta il principale ostacolo alla sua evoluzione come stella offensiva. Le percentuali ai liberi, tuttavia, sono state sufficientemente incoraggianti da lasciare aperto uno spiraglio di ottimismo sul lungo periodo: il tocco non sembra completamente mancare, ma il lavoro tecnico necessario è ancora significativo.
Difensivamente possiede strumenti che farebbero gola a qualsiasi allenatore NBA. Taglia, mobilità laterale, esplosività e versatilità gli permettono teoricamente di marcare più ruoli e di impattare il gioco in ogni zona del campo. Come spesso accade per i giovani giocatori dal profilo estremamente atletico, però, il rendimento è stato più discontinuo di quanto i mezzi suggerirebbero. Anche a causa di un carico offensivo superiore alle aspettative, il suo motore difensivo ha avuto momenti di flessione e in alcune situazioni si è affidato più ai propri riflessi che a una reale comprensione delle dinamiche difensive.
In fondo, questa è probabilmente la sintesi migliore del suo profilo: Caleb Wilson è un giocatore profondamente istintivo. Su entrambe le metà campo vive di reazioni, esplosività e talento naturale, spesso riuscendo a risolvere situazioni complicate grazie ai propri mezzi straordinari. Il prossimo passo della sua crescita sarà trasformare parte di questi istinti in letture, imparando a controllare il gioco invece di limitarsi a reagire ad esso.
Per Chicago rappresenta una scelta tanto affascinante quanto ambiziosa. Se riuscirà a sviluppare anche solo una parte delle aree ancora grezze del suo gioco, i Bulls potrebbero ritrovarsi tra le mani uno dei giocatori con il più alto ceiling dell’intera classe. Perché l’atletismo NBA lo possiede già; tutto il resto determinerà quanto lontano riuscirà ad arrivare.
– 5) KEATON WAGLER, G, LOS ANGELES CLIPPERS
Per molti addetti ai lavori il Draft iniziava realmente con la quinta scelta. Le prime quattro chiamate erano infatti considerate piuttosto prevedibili già al momento della lottery, mentre da questo punto in avanti le classifiche iniziavano a divergere sensibilmente. Alla fine, però, anche Keaton Wagler ai Clippers è stato uno degli accoppiamenti più anticipati nelle settimane precedenti.
Wagler si è imposto all’attenzione nazionale grazie a una straordinaria stagione da freshman a Illinois (arrivava come prospetto fuori dalla top 100 dei migliori siti di recruiting), culminata con una corsa fino alle Final Four trascinata soprattutto dal suo talento offensivo. Pur non essendo un atleta particolarmente esplosivo – il dato delle zero schiacciate stagionali è quantomeno singolare per un giocatore ben sopra i 190 centimetri – possiede una combinazione molto intrigante di taglia, tecnica e comprensione del gioco. È un tiratore pericoloso anche dal palleggio e da distanze già NBA, legge bene gli spazi e sfrutta cambi di ritmo, angoli e timing per arrivare nei punti del campo che preferisce, compensando così limiti atletici evidenti.
In NBA il suo futuro sembra essere quello di creatore secondario più che di vero motore offensivo. I limiti fisici rendono infatti difficile immaginarlo come principale generatore di vantaggi contro le migliori difese del mondo, ma il suo tiro e il suo IQ cestistico gli permettono di proiettarsi come complemento ideale accanto ad altri creator, come potrebbe essere Garland. In difesa l’impegno non manca, ma anche qui l’atletismo rischia di limitarne l’impatto.
– 6) MIKEL BROWN JR., PG, BROOKLYN NETS
Mikel Brown Jr. arrivava a Louisville accompagnato da aspettative enormi, alimentate soprattutto da uno spettacolare Mondiale Under 19 in cui, per molti osservatori, avrebbe meritato il premio di MVP. La sua stagione universitaria è stata però meno lineare del previsto, complicata da alcuni problemi alla schiena che ne hanno limitato continuità e rendimento.
Nonostante ciò, il talento rimane evidente. Brown è una point guard moderna, dotata di buona taglia, atletismo e una gamma di soluzioni offensive molto ampia. Può tirare da praticamente ogni zona del campo e possiede qualità da passatore che gli permettono di creare vantaggi sia per sé stesso che per i compagni. Il problema, almeno per il momento, è che spesso prova a fare troppo. La sua mappa di tiro è ancora piuttosto caotica e l’efficienza ne ha inevitabilmente risentito per tutta la stagione.
Anche in difesa il quadro è simile: gli strumenti fisici e la volontà non mancano, ma i risultati sono stati altalenanti. Brooklyn scommette sul talento e sulla possibilità che, in un contesto di ricostruzione, Brown possa imparare a gestire meglio il proprio enorme arsenale offensivo. Se riuscirà a trovare maggiore disciplina nelle scelte, il valore di questa scelta potrebbe apparire molto diverso tra qualche anno.
– 7) DARIUS ACUFF, PG, SACRAMENTO KINGS
Pochi giocatori di questa classe hanno diviso gli osservatori quanto Darius Acuff. Per alcuni si trattava di un talento da top-4, per altri addirittura di un prospetto da fine lottery. Una forbice di valutazione enorme, figlia di un profilo tanto produttivo quanto difficile da interpretare.
Ad Arkansas ha disputato una stagione da freshman sensazionale, guidando i Razorbacks fino al titolo di conference e mostrando una personalità rara nei momenti decisivi. Acuff è un realizzatore di altissimo livello, capace di segnare sia dal palleggio che in catch and shoot e di convertire un volume importante di tiri con ottime percentuali. Rimane però qualche dubbio sulla sostenibilità del suo tiro: le statistiche precedenti al college raccontavano infatti una storia leggermente diversa. Da creatore sa gestire bene il pick and roll, sfrutta la propria gravity per aprire linee di passaggio e perde sorprendentemente pochi palloni per un giocatore con così tanto utilizzo offensivo.
I dubbi riguardano soprattutto il resto. Fatica a creare vantaggi facili contro difese fisiche, non è particolarmente esplosivo al ferro e gran parte del suo valore offensivo deriva dalla capacità di segnare tiri complicati. Ancora più preoccupante è il rendimento difensivo, tra i peggiori registrati dalle metriche avanzate NCAA negli ultimi anni. Sacramento, però, è ancora nelle fasi iniziali della propria ricostruzione e potrà permettergli di sbagliare, sperimentare e accumulare possessi. I numeri arriveranno quasi sicuramente; capire se saranno accompagnati da un reale impatto sulla vittoria sarà la sfida dei prossimi anni.
– 8) KINGSTON FLEMINGS, PG, ATLANTA HAWKS
Atlanta arrivava al Draft con due necessità evidenti: un lungo di taglia e una point guard pura. Quando Kingston Flemings era ancora disponibile, gli Hawks non hanno avuto particolari dubbi.
Prodotto di Houston, Flemings è una point guard esplosiva, con un passato nell’atletica leggera che emerge chiaramente dal modo in cui attacca il ferro. Riesce ad arrivare in area con continuità, pur mostrando talvolta una certa riluttanza ad assorbire il contatto. Oltre alla pressione al ferro possiede anche un buon tiro dalla media distanza e un jumper da tre punti promettente, anche se il basso volume di conclusioni dall’arco e la sua capacità di generare liberi lasciano ancora qualche interrogativo sulla proiezione a lungo termine.
Uno degli aspetti più interessanti del suo profilo riguarda però il carattere. Prendersi immediatamente le chiavi di una squadra allenata da Kelvin Sampson non è qualcosa che accade per caso e racconta molto della personalità e della maturità del giocatore. Come passatore è affidabile: non è un manipolatore di difese ai livelli più alti, ma legge bene il gioco e trova con continuità la soluzione corretta. Anche in difesa offre buone garanzie grazie a una rapidità laterale notevole che gli permette di rimanere davanti al proprio uomo. Non ha probabilmente il potenziale di una superstar, ma il profilo da solida point guard NBA è uno dei più credibili dell’intera classe.
– 9) MOREZ JOHNSON, PF/C, DALLAS MAVERICKS
Probabilmente la scelta più sorprendente della lottery. Johnson veniva generalmente proiettato tra la 12 e la 18, ma le sue quotazioni erano salite sensibilmente dopo l’arrivo a Dallas del suo ex allenatore a Michigan. Alla Combine aveva impressionato tutti grazie a un profilo fisico e atletico fuori scala, accompagnato da un resistenza inesauribile che gli permette di essere costantemente coinvolto in ogni possesso.
È un rimbalzista dominante su entrambi i lati del campo, un eccellente finalizzatore vicino al ferro e un difensore versatile, capace sia di proteggere l’area che di sopravvivere sul perimetro. Le letture non sono ancora particolarmente avanzate, ma fa poche cose sbagliate e lascia intravedere persino qualche possibilità di sviluppo come tiratore. Dallas lo vede come un partner ideale per Cooper Flagg nel lungo periodo e, allo stesso tempo, come una preziosa assicurazione contro i continui problemi fisici di Dereck Lively.
– 10) BRAYDEN BURRIES, G, MILWAUKEE BUCKS
Per tutta la stagione Brayden Burries è rimasto un po’ nell’ombra rispetto ad altri nomi della classe, ma il freshman di Arizona possiede molte delle caratteristiche che spesso ritroviamo nei futuri titolari NBA. È una guardia fisica, che si fa sentire a rimbalzo e in difesa, dove può marcare più ruoli grazie a una combinazione di forza e intelligenza cestistica.
In attacco sa fare praticamente tutto ciò che viene richiesto a un giocatore complementare moderno: tira sugli scarichi, attacca i closeout, muove il pallone e prende decisioni rapide. Nei minuti senza Bradley ha mostrato anche qualche lampo da creatore primario, lasciando intuire un upside offensivo superiore a quello che normalmente gli viene riconosciuto. Milwaukee punta sulla sua completezza e sulla possibilità che, col tempo, possa diventare qualcosa di più di un semplice role player.
– 11) YAXEL LENDEBORG, F, GOLDEN STATE WARRIORS
Probabilmente il miglior giocatore del college basket nella scorsa stagione, Lendeborg arriva in NBA con il profilo ideale dell’ala moderna. Fisico imponente, braccia infinite e ottima mobilità gli permettono di marcare più ruoli, proteggere il ferro come aiuto e muoversi con grande efficacia lontano dalla palla.
Anche in attacco il suo pregio principale è la versatilità: sa tirare, passare, tagliare, correre in transizione, attaccare closeout e persino gestire qualche azione da bloccante o portatore secondario. Il problema è che non eccelle davvero in nulla e, considerando che compirà 24 anni prima del debutto NBA, qualcuno si chiede quanto margine di crescita rimanga. Golden State, però, è probabilmente il posto ideale per valorizzare un giocatore che vive di letture, movimento e intelligenza cestistica.
– 12) ADAY MARA, C, OKLAHOMA CITY THUNDER
Terzo lungo proveniente da Michigan scelto in appena quattro chiamate, Mara porta a Oklahoma City qualcosa che pochi altri giocatori al mondo possono offrire: 221 centimetri di altezza accompagnati da coordinazione, tocco e visione di gioco. Vicino al ferro è un eccellente finalizzatore, sia spalle a canestro che come bersaglio per alley-oop, e possiede qualità di passaggio decisamente superiori alla media dei centri della sua taglia.
Difensivamente protegge molto bene il pitturato grazie alla stazza e a una mobilità migliorata negli ultimi anni, ma resta un giocatore piuttosto rigido nelle coperture e poco adatto a cambiare sul perimetro. A preoccupare maggiormente è la tenuta fisica: gestire un corpo di quelle dimensioni non è semplice e, nonostante l’impatto spesso evidente, durante la stagione si è concesso più di una pausa, sia in termini di minutaggio che in termini di impegno in campo. Se Oklahoma riuscirà a ottimizzarne il minutaggio e la condizione fisica, potrebbe però ritrovarsi tra le mani un lungo davvero unico, nonché il lungo del futuro per il dopo Hartenstein.
– 13) NATE AMENT, W/F, MILWAUKEE BUCKS
Con la scelta ottenuta nella trade che ha chiuso l’era Antetokounmpo, Milwaukee decide di puntare su una delle più grandi scommesse della classe. L’idea di giocatore è irresistibile: una wing che sfiora i 210 centimetri, capace teoricamente di palleggiare, tirare e difendere più ruoli. Un prototipo che negli ultimi anni ha fatto innamorare scout e front office. Il problema è che, almeno per ora, Ament è molto più vicino all’idea del giocatore che al giocatore stesso.
La stagione ha evidenziato limiti importanti. Il dato più allarmante è probabilmente il 42% realizzato al ferro, una percentuale difficilmente accettabile per un atleta della sua taglia. Pur avendo mostrato qualche lampo come tiratore, il suo jumper è entrato a targhe alterne e presenta diversi dettagli tecnici che introducono variabilità nel rilascio: l’altezza del punto di rilascio è eccellente, ma la tendenza a ruotare il corpo e portare in avanti l’anca destra rende il movimento meno ripetibile di quanto dovrebbe essere. Ancora più preoccupante è stata l’incapacità di battere con continuità il proprio uomo dal palleggio. Una certa rigidità nei movimenti lo porta spesso a dover ricorrere a conclusioni difficili e fuori equilibrio invece di creare vantaggi puliti. Anche in difesa si sono intravisti spunti interessanti sia on-ball su 2-3 ruoli che lontano dalla palla, ma mobilità di anche e struttura fisica leggerina necessitano ancora di sviluppo. Insomma, il rischio che si tratti dell’ennesimo prospetto scelto in lottery soprattutto sulla base del potenziale teorico e delle valutazioni pre-stagionali — qualcuno ha detto Ziaire Williams? — è tutt’altro che trascurabile. Milwaukee, però, è un cantiere aperto e potrà concedergli tutto il tempo necessario per crescere.
– 14) HANNES STEINBACH, PF/C, CHARLOTTE HORNETS
Charlotte cercava un lungo e ha scelto di aggiungerne un altro a una rotazione che già comprende Moussa Diabaté e Ryan Kalkbrenner. Entrambi hanno dimostrato di poter essere utili, ma nessuno dei due offre al momento garanzie da titolare per lunghi minutaggi. Da qui la decisione di investire su Steinbach, reduce da due stagioni estremamente convincenti: una da professionista in Germania e una a Washington, conclusa con cifre impressionanti per il college basket, oltre 19 punti e 12 rimbalzi di media con il 58% dal campo.
Il lungo tedesco ha costruito gran parte della propria produzione in un sistema offensivo tutt’altro che moderno, spesso interpretando il ruolo del classico lungo vecchio stampo che lotta per la posizione sotto canestro e vive vicino al ferro. Eppure il suo profilo è più interessante di quanto possa sembrare a una prima lettura. Alla fisicità e alla capacità di dominare a rimbalzo abbina infatti una sensibilità di mano notevole, testimoniata anche dalle ottime percentuali ai liberi e da una meccanica di tiro più pulita di quella di molti pari ruolo. Non è quindi da escludere uno sviluppo come tiratore nel medio periodo. Anche come passatore ha mostrato letture discrete e una buona comprensione del gioco, facendo vedere anche qualche sporadico flash palla in mano, soprattutto in transizione. In difesa le sue armi principali restano fisicità e posizionamento, ma permane un interrogativo piuttosto importante: il rischio che finisca intrappolato tra i due ruoli di lungo. Potrebbe non avere la mobilità necessaria per marcare con continuità le moderne power forward e, allo stesso tempo, non essere abbastanza intimidatore al ferro da fungere da centro titolare in ogni contesto. Charlotte punta sul fatto che produttività, solidità e QI cestistico siano sufficienti per superare questi dubbi.
– 15) DAILYN SWAIN, W, CHICAGO BULLS
Chicago continua a scommettere su profili fuori dagli schemi e Swain è probabilmente uno dei più particolari dell’intera classe. A Texas ha ricoperto compiti da creator primario nonostante una taglia abbondantemente sopra i due metri, vivendo di continui attacchi al ferro, conclusi con ottime percentuali, e mostrando anche letture interessanti per i compagni. Il problema è che il tiro è attualmente tutto da ricostruire: il tocco suggerito dalle percentuali ai liberi lascia speranza, ma meccanica e ritmo sono estremamente problematici. Anche in difesa ha mostrato spunti interessanti su più ruoli e ottimi istinti lontano dalla palla, specialmente nelle stagioni precedenti con un carico offensivo minore. La domanda che ne determinerà il futuro NBA è però molto semplice: è abbastanza forte on ball da essere un creator anche in NBA? Se la risposta è no, cosa farà in un attacco NBA quando non ha il pallone tra le mani?
– 16) BENNETT STIRTZ, PG, OKLAHOMA CITY THUNDER
La storia di Bennett Stirtz sembra scritta da Hollywood. Dalla Division II a Drake insieme al suo allenatore, poi a Iowa seguendo nuovamente il proprio coach, sorprendendo a ogni passaggio e trascinando squadre sulla carta inferiori contro avversari molto più talentuosi. Stirtz è un playmaker-computer, con una stamina infinita e una capacità impressionante di gestire pick and roll, creare vantaggi e non perdere mai il controllo della partita.
Tira dal palleggio con footwork poco ortodossi, arriva al ferro meglio di quanto il suo atletismo suggerisca ed è uno dei giocatori più fluidi della classe nel passare da on-ball a off-ball e viceversa nello stesso possesso. Non è particolarmente giovane né esplosivo e ha bisogno dei blocchi per creare separazione, ma il fit con Oklahoma City è molto interessante, soprattutto considerando i continui problemi fisici che hanno accompagnato il percorso di Nikola Topic.
– 17) EBUKA OKORIE, PG, DETROIT PISTONS
Uno dei grandi vincitori della stagione NCAA. Partito fuori dalla Top 100 in tutti i siti di recruiting specializzati, Okorie si è rapidamente costruito una reputazione grazie a un ball-handling spettacolare e a un primo passo fulmineo che lo rende spesso immarcabile nell’uno contro uno. Il tiro non è ancora perfetto dal punto di vista tecnico, ma la fiducia con cui lo prende e le ottime percentuali ai liberi fanno pensare che il potenziale da tiratore ci sia. Come passatore non è particolarmente creativo, ma compensa con una gestione del pallone eccezionale e una capacità quasi unica di evitare palle perse. In difesa l’impegno c’è, ma sotto i 190 centimetri alcuni limiti strutturali sono inevitabili.
– 18) CHRISTIAN ANDERSON, PG, CHARLOTTE HORNETS
Se si cerca il miglior compromesso tra tiro e playmaking della classe, il nome è probabilmente quello di Christian Anderson. Dopo un buon anno da freshman, a Texas Tech si è preso sulle spalle l’attacco dei Red Raiders, soprattutto dopo l’infortunio di JT Toppin, gestendo una quantità enorme di pick and roll e possessi offensivi. La combinazione tra tiro dal palleggio e visione di gioco è estremamente intrigante e lo rende uno dei playmaker offensivamente più avanzati della classe. Restano però dubbi importanti su fisicità e atletismo, fattori che potrebbero limitarne il ceiling una volta arrivato in NBA.
– 19) ALLEN GRAVES, F, TORONTO RAPTORS
I Raptors fanno i Raptors. Ancora una volta Toronto sceglie una lunga ala intelligente e produttiva, puntando su uno dei beniamini delle analytics di questa classe. Graves ha fatto innamorare i modelli statistici grazie a una rarissima combinazione di recuperi, stoppate, rimbalzi offensivi, assist e basse palle perse, il tutto accompagnato da un tiro che, almeno per ora, entra nonostante una meccanica tutt’altro che ortodossa. È un giocatore che capisce il basket su entrambe le metà campo, ma i limiti fisici e atletici potrebbero renderne complicata la trasposizione al livello NBA. Non era necessariamente il profilo che ci si aspettava per Toronto, ma evidentemente l’esperimento delle “cinque ali” continua.
– 20) JAYDEN QUAINTANCE, C, SAN ANTONIO SPURS
Se si guardasse soltanto il talento, Jayden Quaintance non sarebbe mai arrivato alla ventesima scelta. La sua caduta è stata causata quasi esclusivamente da una situazione medica complicata: la rottura del crociato nel febbraio 2025, un recupero accelerato che ha portato a gonfiore e dolore persistenti e un nuovo intervento di pulizia che lo terrà fuori ancora per diversi mesi. Gli Spurs, però, hanno deciso che il rischio valeva la pena.
Da freshman ad Arizona State, peraltro ancora diciassettenne, aveva mostrato lampi da potenziale difensore generazionale. Stoppate, cambi difensivi, rotazioni e recuperi impossibili: sembrava ignorare i limiti imposti dalla fisica, facendo tutto con istinti ancora grezzi ma già devastanti. In attacco, invece, era praticamente all’ABC del gioco. Qualche raro lampo da creatore dal palleggio veniva puntualmente accompagnato da palle perse e da un tiro praticamente inesistente, sia dal punto di vista tecnico che statistico. Il problema è che, dopo quei primi mesi folgoranti, gli infortuni ci hanno sostanzialmente impedito di vederlo giocare con continuità. Valutarlo oggi significa quindi scommettere quasi interamente su ciò che si è visto in quei mesi e in, fondamentalmente, mezza partita in questa stagione.
– 21) KARIM LÓPEZ, F, MEMPHIS GRIZZLIES
Memphis riesce a portarsi a casa uno dei giocatori che molti vedevano tranquillamente qualche posizione più in alto, aggiungendo peraltro altri asset nell’operazione. López arriva da un paio di stagioni formative tra Australia e Nuova Zelanda e rappresenta uno dei prototipi più interessanti di ala moderna della classe: oltre due metri di altezza, fisico già pronto e capacità di contribuire in diverse aree del gioco. Sa mettere palla a terra e attaccare il ferro in linea retta con aggressività, mostra lampi interessanti sia come tiratore che come tagliante, ma deve ancora imparare a controllare la propria energia. La sua intensità lo porta infatti spesso a commettere falli evitabili, perdere palloni o trovarsi fuori posizione in difesa. Il talento è interessante, ora deve capire quale versione di sé vuole diventare.
– 22) LABARON PHILON, PG, PHILADELPHIA 76ERS
Se tra qualche anno dovessimo indicare uno steal di questo Draft, il nome di LaBaron Philon potrebbe comparire molto in alto nella lista. Insieme a Okorie è stato probabilmente il giocatore che ha creato più vantaggi offensivi in tutta la stagione NCAA, grazie a uno stile imprevedibile, fatto di cambi di ritmo continui e un ball-handling che rende estremamente difficile anticiparne le intenzioni. Dopo aver ritirato una prima candidatura al Draft 2025 per lavorare sul proprio gioco, è tornato mostrando enormi progressi come tiratore, fino a diventare una minaccia credibile anche dal palleggio. La creatività offensiva è di primo livello; i dubbi riguardano soprattutto la tenuta fisica contro atleti NBA vista una struttura esile, nonostante per una point guard non sia affatto sottodimensionato.
– 23) ZUBY EJIOFOR, C, ATLANTA HAWKS
Atlanta continua a rinforzare il proprio reparto lunghi scegliendo uno dei giocatori più peculiari della classe. Ejiofor è un centro fisico e sottodimensionato, ma compensa con mobilità, intensità e versatilità difensiva. A St. John’s è stato utilizzato addirittura come punta nelle zone press a tutto campo, un ruolo impensabile per molti giocatori della sua stazza e che racconta molto della sua rapidità di piedi. È in grado sia di cambiare sui piccoli che di proteggere il ferro, mentre in attacco si distingue più per comprensione del gioco e durezza che per talento puro. Restano però dubbi legati alla taglia, all’assenza di un tiro affidabile e a un upside limitato dall’età.
– 24) CAMERON CARR, W, LOS ANGELES LAKERSCarr è un’ala atipica: non particolarmente alta per il ruolo, ma dotata di braccia interminabili e di un atletismo esplosivo. A Baylor si è costruito una reputazione come tiratore letale da distanza NBA e oltre, ma sa anche punire in transizione e concludere sopra il ferro, quando trova spazio per attaccare o tagliare. La vera sorpresa, però, è stata la difesa, dove veniva utilizzato spesso come principale protettore del ferro grazie a istinti eccellenti e una verticalità fuori dal comune. In NBA dovrà ricoprire un ruolo più tradizionale e qualche dubbio rimane sulla sua capacità di reggere fisicamente ali più strutturate, complice un corpo ancora piuttosto esile e un baricentro elevato.
– 25) SERGIO DE LARREA, G, DALLAS MAVERICKS
Mentre veniva chiamato al Draft, Sergio De Larrea era impegnato a disputare le finali ACB, e già questo racconta molto del suo livello. Avere un impatto positivo contro una squadra come il Real Madrid alla sua età non è qualcosa che passa inosservato. De Larrea è una guardia di quasi due metri capace di giocare sia con che senza palla, alternando momenti da creatore primario a possessi da tiratore sugli scarichi. La combinazione tra taglia, playmaking e versatilità offensiva è estremamente intrigante. L’unico vero interrogativo riguarda la possibilità che rimanga ancora in Europa per completare il proprio sviluppo prima di approdare definitivamente in NBA.
– 26) TARRIS REED JR., C, SAN ANTONIO SPURS
Dopo aver scommesso sul talento difensivo di Quaintance, San Antonio decide di aggiungere una polizza assicurativa alla propria rotazione dei lunghi. Reed porta esattamente ciò che agli Spurs è mancato in diversi momenti dei playoff: fisicità, presenza interna e capacità di reggere i contatti vicino al ferro. Non possiede il potenziale del compagno scelto qualche posizione prima, ma rappresenta un’aggiunta sensata per una squadra che aveva bisogno di aumentare profondità e durezza nel reparto lunghi.
– 27) CHRIS CENAC JR., C, BOSTON CELTICS
Boston sceglie uno dei grandi progetti fisici di questa classe. Cenac possiede mezzi atletici notevoli e il potenziale per coprire entrambi i ruoli del frontcourt, caratteristiche che spiegano facilmente perché i Celtics abbiano deciso di investire su di lui. Finora, però, il rendimento non è sempre stato all’altezza degli strumenti a disposizione. Intensità, attitudine e processo decisionale hanno mostrato alti e bassi evidenti, mentre in attacco si è spesso rifugiato in tiri dalla media poco efficienti invece di sfruttare maggiormente il proprio vantaggio fisico. Se Boston riuscirà a indirizzarne l’energia e il focus nella giusta direzione, il talento non manca.
– 28) JOSHUA JEFFERSON, F, BROOKLYN NETS
Dopo aver accumulato una quantità enorme di talento giovane negli ultimi due Draft, Brooklyn decide di aggiungere un profilo diverso, più maturo e con una comprensione del gioco già sviluppata. Jefferson è un’ala di oltre 206 centimetri che ha costruito gran parte della propria carriera con il pallone tra le mani, motivo per cui il fit con il roster dei Nets non è immediatamente intuitivo. Tuttavia, il suo QI cestistico potrebbe aiutarlo a reinventarsi in ruoli più complementari. Restano dubbi sul tiro e sull’atletismo, ma giocatori con quella taglia e quella capacità di leggere il gioco trovano spesso un modo per ritagliarsi uno spazio.
– 29) ALEX KARABAN, F, SACRAMENTO KINGS
Anche Sacramento sceglie la via dell’esperienza. Karaban arriva dopo una carriera collegiale costellata di vittorie e rappresenta uno dei profili più sicuri dell’intera classe. Non possiede un atletismo straordinario né caratteristiche fisiche fuori scala, ma porta con sé due qualità che tendono sempre a trovare spazio in NBA: un tiro affidabile e una comprensione del gioco eccellente su entrambe le metà campo. Con quella combinazione di stazza, shooting e pedigree vincente, è facile immaginare un ruolo per lui anche al livello successivo.
– 30) KOA PEAT, F, PHOENIX SUNS
Phoenix chiude il primo giro aggiungendo un altro prospetto dal profilo fisico intrigante. Koa Peat è costruito come un blocco di marmo: una forza della natura che assorbe contatti e domina fisicamente gran parte degli avversari. A questa potenza abbina anche ottimi istinti cestistici, sia come passatore in attacco che come difensore. Il problema è che il basket moderno tende a essere poco indulgente con i giocatori senza una posizione ben definita. Il suo tiro è praticamente da ricostruire da zero e, senza una minaccia credibile dall’arco, fatica a possedere le caratteristiche per giocare stabilmente da esterno. Allo stesso tempo non ha la taglia necessaria per essere un 4 a tempo pieno. Phoenix scommette sul fatto che il talento e gli istinti riescano a colmare questo vuoto di ruolo.
SECONDO GIRO
Tra le scelte del secondo giro vale la pena soffermarsi su alcuni nomi particolarmente interessanti. A partire dal trio di guardie composto da Bruce Thornton (#31, Rockets), Isaiah Evans (#33, Timberwolves) e Meleek Thomas (#34, Cavaliers): tre giocatori molto diversi tra loro ma accomunati da una qualità fondamentale, la capacità di mettere punti a referto. Thornton vive di pull-up dalla media e di una gestione offensiva estremamente matura, Evans è uno specialista del movimento senza palla capace di correre attorno a una quantità infinita di blocchi, mentre Thomas incarna quasi la definizione classica di shooting guard, un realizzatore puro che non si fa pregare quando c’è da prendersi un tiro, come dimostrato nella stagione trascorsa accanto ad Acuff ad Arkansas.
Molto interessanti anche le scelte di Trevon Brazile (#34, Nuggets) e Baba Miller (#35, Clippers), due lunghi atipici accomunati da coordinazione e atletismo rarissime per la loro taglia. Brazile aggiunge anche un potenziale interessante come tiratore, mentre Miller continua a sembrare un esperimento genetico riuscito particolarmente bene: oggi misura oltre 210 centimetri, ma fino a pochi anni fa era un esterno di poco superiore al metro e ottanta, e conserva ancora parte di quelle abilità con la palla in mano.
Merita poi una menzione speciale il grande sconfitto delle due serate, Henri Veesaar, precipitato fino alla chiamata numero 52 di Atlanta dopo essersi presentato al Draft con ambizioni da primo giro e aver rinunciato a circa cinque milioni di dollari di NIL. Infine, curiosa e significativa dei tempi che cambiano la scelta di Narcisse Ngoy (#57, Clippers): dopo una brillante stagione nella seconda divisione francese giocherà ad Auburn il prossimo anno, ma avendo già raggiunto l’età per essere automaticamente eleggibile è stato comunque selezionato al Draft prima ancora di disputare una partita NCAA. Un caso che rappresenta perfettamente quanto il confine tra basket professionistico internazionale e college basket sia ormai sempre più sottile.
